Matteo Lancini: «Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso u...

Lo psicologo,presidente della fondazione Minotauro, riflette sugli scontri di MIlano: «La violenza si previene costruendo alternative»

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«Siete solo dei vandali», «Noi combattiamo anche per i vostri diritti». Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro di Milano, commenta il «dialogo» tra il poliziotto e la ragazza che manifestava in piazza Duomo sabato scorso. «C'è stata molta devastazione, quindi il capo della polizia definisce quei ragazzi vandali, mentre la ragazza prova a richiamare l'attenzione sui diritti e sulle motivazioni della protesta. Forse, in quel contesto, nel centro di Milano, non era il luogo ideale per affrontare la questione. Resto convinto della necessità di una mediazione tra le diverse rappresentazioni della realtà».Nel suo ultimo libro, A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni (Einaudi), affronta le trasformazioni delle relazioni e le fragilità dei ragazzi. Professore, lei da anni si occupa del disagio adolescenziale e del rapporto tra giovani e adulti. «Da almeno dieci anni, ben prima della pandemia, assistiamo a un aumento del disagio delle nuove generazioni, documentato dai dati italiani e internazionali. Sono cresciute le richieste di aiuto e gli accessi ai servizi di neuropsichiatria infantile. È cambiato anche il modo di esprimere la sofferenza: aumentano gli attacchi al proprio corpo e, negli ultimi anni, abbiamo visto diffondersi anche forme di violenza in strada, come i ragazzi che girano con i coltelli».Di fronte a episodi come questi veniamo da voi a chiedere perché non abbiamo visto arrivare.«Abbiamo ascoltato i nostri figli più di quanto siano stati ascoltati i giovani delle generazioni precedenti, ma abbiamo faticato ad accogliere le emozioni che ci disturbavano. Molti ragazzi sono cresciuti intercettando soprattutto i bisogni degli adulti di riferimento, senza trovare uno spazio sufficiente per esprimere la propria sofferenza. Oggi vediamo disillusione e disincanto nei confronti del futuro. Crescere significa anche investire in ciò che verrà, ma molti giovani faticano a immaginare un futuro desiderabile. Quando si è disperati, l'attacco al proprio corpo o a quello degli altri può diventare una modalità di espressione del dolore. Questo non giustifica la violenza, ma aiuta a comprenderne alcune dinamiche».Riconoscere la disperazione dei ragazzi significa giustificare chi commette reati?«Assolutamente no. La giustizia minorile italiana è un sistema avanzato, pensato anche per tutelare i ragazzi. Se un giovane commette un reato, deve risponderne. Ma il buonismo non consiste nel riconoscere i segnali di disperazione: consiste, semmai, nel non volerli vedere. Dobbiamo domandarci se, dietro certi comportamenti, ci sia anche una fragilità degli adulti che si presenta come autorevolezza e finisce per togliere spazio ai ragazzi».Un anno e mezzo fa alcuni studenti, al termine del percorso scolastico, hanno contestato pubblicamente il sistema dell'esame di maturità. Invece di ascoltarli, abbiamo introdotto regole più rigide. Non c'è una contraddizione?«Quei ragazzi hanno cercato di dirci che la scuola aveva prodotto disagio e che la società in cui vivevano non piaceva loro. Avremmo potuto ascoltarli e chiederci che cosa non avesse funzionato. Invece, abbiamo introdotto una norma che prevede la bocciatura per chi non risponde all'orale. Ma che cos'è, un interrogatorio? Dobbiamo chiederci se, dietro il nostro interventismo educativo, non ci sia una fragilità adulta che ci porta a prevalere sui ragazzi anche quando cercano di esprimersi. Dare voce alle loro idee dovrebbe essere una garanzia per tutti».La risposta dei governi alla violenza è spesso la repressione. Ma che cosa dovrebbe fare un adulto per prevenire questi comportamenti?«Prima di tutto, dobbiamo chiederci che cosa stiamo offrendo ai giovani. Sono generazioni troppo ascoltate oppure cresciute con adulti distratti dai social, concentrati soprattutto su se stessi? E quale modello di violenza hanno respirato? Viviamo in una società attraversata dalle guerre, dalla violenza politica, dalle risse televisive e dalle immagini di persone e bambini uccisi. I ragazzi non vengono educati soltanto dai genitori e dalla scuola: ricevono continuamente modelli dalla società e dai mezzi di comunicazione. Abbiamo normalizzato la violenza e l'individualismo. Pensiamo a quando un bambino spinge un compagno: invece di domandarci se abbia bisogno di aiuto, rischiamo di considerarlo una minaccia alla crescita di nostro figlio. Stiamo raccogliendo anche ciò che abbiamo seminato. Attribuire tutto alla musica trap o ai social è una scorciatoia che ci impedisce di guardare alle responsa Receive SMS online on sms24.me

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