Prato, il primo giorno di lavoro da 8 ore: così Ruomeng ha infranto il muro

Cinese, 39 anni, ha scioperato e ottenuto i suoi diritti: «Ma ora mi minacciano»

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È entrata come sempre nel pronto moda del Macrolotto in cui lavora, ma ieri per la prima volta ne è uscita dopo un normale turno di 8 ore, invece delle «solite» 12 ore 7 giorni su 7. Ruomeng, operaia cinese di 39 anni, ha trovato il coraggio di fare una piccola rivoluzione personale, anche nella speranza che altri poi la possano seguire: lo scorso 17 aprile è stata la prima donna cinese ha unirsi ai Sudd Cobas e a scioperare per rivendicare il proprio diritto ad un contratto normale, ad una vita normale. «Ho il tempo di stare con i miei figli ora e sono contenta che il più grande, che ha 14 anni, sia stato molto orgoglioso di quello che ho fatto. Ecco — spiega Cristina, come tutti la chiamano da quando è arrivata a Prato 18 anni fa — penso che la vera rivoluzione ci sarà quando a lavorare saranno le nuove generazioni, quelle dei ragazzi cresciuti qui». La sua battaglia per un contratto regolare con orari dignitosi di lavoro non è andata giù a molti dei suoi connazionali, diversi sono arrivati a minacciarla: «Mi hanno detto che devo stare attenta ad uscire con i miei figli».

E in fabbrica che clima si respirava, in questo primo giorno di «normalità»? «Tutti stavano in silenzio, c’era una grande tensione. Anche la mia capa sembrava essere in collera con me» spiega Ruomeng. Si tratta della donna, anche lei cinese, che solo qualche giorno fa l’aveva licenziata in tronco, nonostante lei lavorasse in quell’azienda da tre mesi con un contratto part time ma con turni di almeno 10 ore di lavoro quotidiane. È da lì che Ruomeng-Cristina ha preso coraggio per andare dai Sudd Cobas. E c’è in questo passaggio un particolare interessante che fa sperare per il futuro della comunità orientale pratese: è stata una commercialista cinese a suggerirle di rivolgersi proprio a quel sindacato. La mossa ha avuto successo, dopo poche ore di protesta, nel cuore della notte, l’imprenditrice che la sfruttava ha deciso di firmare l’accordo sindacale che l’era stato sottoposto. «Non pensavo mai che avrebbe abbassato la testa», racconta sorridendo Ruomeng. Pensa che altri connazionali seguiranno ora il suo esempio? «No, non lo faranno. Perché preferiscono prendere 2 mila euro in nero e lavorare sette giorni su sette, senza diritti». I diritti, invece, lei li vuole, per sé e per i suoi figli. Mentre sostiene che per chi è arrivato a Prato dalla Cina «non c’è alcuna speranza, perché hanno un’altra mentalità». Forse il coraggio di Cristina, e la sua capacità di capire che non può essere da subito un esempio, dipende anche dalla sua cultura. Si fa presto a dire Cina, ma la sua condizione appare diversa da quella della stragrande maggioranza dei suoi connazionali del distretto pratese: «Io sono di Wuhan, loro sono del Whenzou. Io mi sono laureata in informatica in Cina, poi ho preso una laurea in economia a Firenze». E cosa ha capito del sistema economico del nostro Paese? «Che mi piace più di quello da cui provengo, ma che non posso imporlo ai miei colleghi per questioni culturali. Mio padre che vive in Cina ha approvato il mio gesto, ma mia madre, che invece vive qui, è molto preoccupata. I miei connazionali ora mi insultano, dicono che se voglio quei diritti è meglio che vada a lavorare per gli italiani».

Il suo caso ha superato presto i confini nazionali, finendo su una serie di forum cinesi e notiziari online. La speranza di molti, certamente a Prato e tra i sindacalisti del Sudd Cobas, è che altri possano trovare il suo coraggio per cambiare il sistema. «Ma certamente ci vorrà del tempo», spiega Cristina con una certa dose di realismo e un pizzico di speranza: «Ci vorranno i nostri figli». Receive SMS online on sms24.me

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