QUESTI FILM HANNO SURCLASSATO I TG NEL RACCONTARE LE PROTESTE DI MILANO | Giorgio Bianchi

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Le immagini di piazza Duomo a Milano hanno fatto il giro del Paese in poche ore: vetrine sfondate, negozi svuotati, bombe carta, cestini in fiamme, il sagrato trasformato in trincea. Otto fermati su dieci sono minorenni. La risposta è arrivata con la rapidità che l’allarme impone, cioè un nuovo decreto e cinquecento militari con funzioni di polizia. Intorno, il solito rosario di interpretazioni: rabbia sociale per chi guarda a sinistra, teppismo puro per chi guarda a destra, infiltrati per chi ama i retroscena, emulazione francese per chi cerca un colpevole oltre confine.
Manca l’unica cosa che servirebbe davvero, un’analisi sociologica di quello che è accaduto.

Eppure quell’analisi esiste da trent’anni, e non sta in un saggio. Sta in un film. 
L’odio uscì nel 1995 e a Cannes vinse il premio per la regia. Racconta tre ragazzi, un ebreo, un maghrebino e un nero, che lasciano la banlieue per raggiungere il centro di Parigi e vendicare un amico massacrato dalla polizia. Chi lo rivedesse oggi capirebbe al primo sguardo che la loro emarginazione non ha nulla di etnico. È una questione di ceto sociale, e lo è sempre stata. Se la si sta trasformando in una questione di razza è perché un sistema che divide governa meglio un Paese in cui i poveri si odiano tra loro. Che gli stranieri affollino quella fascia è ovvio, partono con meno opportunità degli autoctoni. Che l’immigrazione incontrollata e l’incapacità di assimilare producano problemi è altrettanto vero, e la Francia resta un caso a sé. Ma la radice è di classe, e chi finge di non vederlo prepara il terreno a uno scontro peggiore.

Stranieri in casa propria

C’è una scena del film che vale più di qualunque statistica. I tre protagonisti si muovono per Parigi come in un paese straniero, perché Parigi non l’hanno mai vista. Hanno passato la vita nel quartiere, e la città che li circonda è per loro un territorio ostile. È il frutto avvelenato dell’urbanistica degli anni Settanta, quando le periferie nacquero assegnando le case per reddito. I redditi più bassi finirono tutti nello stesso posto, e quel posto diventò un ghetto. Si sarebbe dovuto fare l’esatto contrario, cioè costruire quartieri dove il figlio del professionista crescesse gomito a gomito con quello dell’operaio e del disoccupato.

Si è scelto invece di isolare, e l’isolamento oggi ha strumenti più sofisticati del cemento. In centro ci sono le ZTL e il geofencing, e chi ci abita guarda ai ragazzi di periferia come a diseredati, tamarri, gente da tenere fuori. Respinti, quei ragazzi si richiudono su se stessi. E nella chiusura trovano una propaganda che li radicalizza giorno e notte, quella della trap e del rap di strada. Basta una parola sbagliata perché una piattaforma chiuda il canale di un giornalista, mentre canzoni che inneggiano alla violenza, alla droga, al disprezzo per le donne e per la polizia accumulano decine di milioni di visualizzazioni senza che nessuno batta ciglio. Viene da chiedersi perché tanta tolleranza, e chi ne tragga vantaggio.

Kassovitz, del resto, aveva previsto anche questo. Faceva parlare i suoi ragazzi in verlan, il gergo dei sobborghi, e metteva in scena giornalisti che li intervistavano tenendosi a distanza di sicurezza, come si fa con gli animali dello zoo. Già allora l’informazione manipolava, e tra borghesia e sottoproletariato non c’era più alcuna lingua comune.

Dal caos alla rivalsa

Se L’odio ha scattato la fotografia, un altro film ha costruito il mito. Joker, nella versione con Joaquin Phoenix, compie un’operazione psicologica che non va sottovalutata, perché oggi la propaganda passa dal cinema, dalle serie e dai social più che dai comizi. Per decenni il Joker era stato il criminale per vocazione, l’agente del caos che non ruba per arricchirsi ma per il gusto di distruggere. Qui diventa altro, un reietto a cui hanno tolto tutto e che sceglie il crimine come rivalsa. Finisce in piedi su un’auto, braccia aperte, con la città in fiamme alle spalle e una folla di giovani che lo riconosce come proprio simbolo.

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