La narrazione interista e una scelta da non fare

Vincere la Champions è tanto più difficile che vincere il campionato

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La narrazione di parte interista degli anni 20 consiste dei due scudetti conquistati da Antonio Conte nel 2021 e da Simone Inzaghi nel 2024, e di altri due scudetti regalati da Inzaghi a Milan e Napoli - la vox populi è questa - nel 22 e nel 25. L’unico campionato vinto da un’altra squadra e riconosciuto come interamente meritato, quindi, è quello del Napoli 2023, che Spalletti condusse in porto addirittura alla 33esima giornata, e come fai a discutere un margine del genere. Quell’anno l’Inter, favorita da un sorteggio benevolo, arrivò alla finale di Champions con il Manchester City per la quale coltiva dei legittimi rimpianti. In ogni caso una pagina se non gloriosa almeno positiva nella storia del club, a differenza della finale dell’anno scorso, persa dal Psg con un umiliante 5-0 che ha cancellato dalla memoria collettiva un percorso di grande valore culminato nelle eliminazioni del Bayern nei quarti e del Barcellona in semifinale.La radiografia delle ultime cinque stagioni interiste, o meglio di come vengono percepite all’interno del tifo nerazzurro, è una buona base di partenza per capire la deludente prestazione in casa del Bodo che ha messo a serio rischio la qualificazione agli ottavi di Champions. La circostanza che l’anno scorso la squadra abbia concorso per tutto finendo per non vincere niente è stata vissuta come il peggiore dei vulnus: cornuti e mazziati, come si dice. È come se l’ambizione, che dovrebbe essere il motore di tutto, fosse un valore soltanto in caso di successo; altrimenti diventa non presunzione, che avrebbe un senso logico, ma ingenuità, in coerenza con una cultura calcistica che patisce soprattutto le sconfitte in contropiede. Non sia mai che qualcuno si riveli più furbo di noi.Cristian Chivu non ha schierato a Bodo l’Inter migliore. Ha risparmiato Dimarco, l’uomo che quest’anno sta facendo la differenza più di qualunque altro, per schierarlo fresco oggi a Lecce. In assenza di Calhanoglu non ha riproposto Zielinski regista, che tanto bene sta facendo, ma ha arretrato Barella ottenendo due minus, quello appunto in posizione di regista e nel ruolo da mezzala che Barella non ha potuto svolgere. È stata data la prima maglia da titolare dell’anno a Darmian, reduce da lunga convalescenza, e qui non ci sono stati problemi perché Darmian è un computer: ugualmente però il debutto stagionale dal primo minuto in un contesto da dentro o fuori è suonato come un azzardo. Unito agli altri cambi, un messaggio di distacco: a questi livelli non c’è mai una scelta esplicita fra competizioni, ma sono le formazioni a dire quanto uno ci tenga e quanto sia disposto a lasciar andare per non compromettere il traguardo più alla portata. È ovvio che vincere la Champions sia tanto più difficile che vincere il campionato, e lo stesso infortunio di Lautaro - che mancherà per un mese - fornisce argomenti alla larga fetta di popolo che chiede di non disperdere le energie rischiando di perdere nuovamente lo scudetto. Ma se uno sguardo esterno al tifo è concesso, le grandi squadre sono tali perché non fanno calcoli. Negli anni di cui parliamo l’Inter è stata di gran lunga la migliore italiana proprio per il rendimento in Europa. E se è ovvio che gli sfottò quotidiani ai quali si deve sopravvivere avvengono con i tifosi di Milan e Juve, non con quelli di Real Madrid e Liverpool, c’è un motivo se ancora oggi ricordiamo quella di Angelo Moratti come Grande Inter, per distinguerla dalle altre buone Inter che abbiamo visto nei decenni. Receive SMS online on sms24.me

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