L'ITALIA STA FABBRICANDO DRONI A KIEV: "CAMBIA TUTTO SULLA NOSTRA POSIZIONE IN GUERRA" | M. Dinucci

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Dodici pacchetti di aiuti militari italiani inviati a Kiev, un tredicesimo ormai sul tavolo e, per la prima volta, un'esitazione che prima non c'era. I sondaggi continuano a registrare una maggioranza di italiani contraria all'invio di nuove armi, mentre nel governo affiorano distinguo che fino a poco tempo fa non si sentivano: perfino Giorgia Meloni ha messo le mani avanti sui missili a lungo raggio.
Ma la vera notizia, come sostiene il giornalista Manlio Dinucci, non è più quella dei pacchetti.

"Il tredicesimo pacchetto, vedete, è ormai superato. Si sta discutendo di una cosa che non è quella di cui dovremmo discutere", scandisce. La ragione per cui il dibattito sui pacchetti "si sta un pochino evaporando", spiega, non ha nulla a che vedere con un ripensamento politico: "Non solo l'Italia, ma tutto l'insieme dei paesi NATO non hanno più esigenza tanto di puntare sul dare le armi. Per quale ragione? Perché le stesse armi le vanno a fabbricare in Ucraina. Ecco qui il punto".

Cioè, "Invece di dare delle armi come è stato fatto fino ad ora, sottraendo peraltro risorse economiche per la sopravvivenza dei cittadini italiani, andiamole a costruire con aziende italiane finanziate sempre dall'establishment, andiamo a costruire là, cioè apriamo le fabbriche là. E questo è il trucco".

#Dinucci ricostruisce il meccanismo con i documenti alla mano. In #Ucraina, e in particolare nell'area di #Kiev, "si sta creando un comparto industriale che si sta allargando a migliaia di aziende che vengono dai vari paesi a investire".
Il motivo è tecnico: produrre armi direttamente nella zona di guerra significa poterle sperimentare sul campo. "L'Ucraina è diventata il laboratorio più concreto che la NATO abbia a disposizione. Le aziende finaliste dovranno essere sottoposte a un test in Ucraina. Il campo di battaglia diventa così anche un banco di prova tecnologico." Tra le 11 aziende italiane indicate come potenziali partecipanti compaiono Leonardo, Thales Alenia Space, Beretta e realtà del comparto spaziale italiano.

Il progetto, sottolinea Dinucci, non nasce per iniziativa ucraina ma è "elaborato, gestito e diretto dalla NATO" — un'alleanza che definisce "asimmetrica", ricordando che il comando supremo alleato in Europa "è sempre nominato dal presidente degli Stati Uniti d'America". Il polo attorno a cui ruota tutto si chiama Brave1: "il polo statale ucraino per l'innovazione nella difesa riunisce circa 2.500 aziende e più di 5.000 soluzioni tecnologiche. Al suo interno operano oltre 500 produttori di droni, più di 300 imprese specializzate nella guerra elettronica e nell'intelligence dei segnali, e circa 200 sviluppatori di prodotti basati sull'intelligenza artificiale".

Una decisione del governo

Dentro questo perimetro entra Leonardo, non con una semplice fornitura ma con una società tutta sua: "Leonardo apre una nuova società in Ucraina, focus su droni e tecnologie. Leonardo Ukraine si chiama, ha sede a Kiev ed è controllata al 100% dal gruppo italiano." A parlare, riporta Dinucci citando Milano Finanza, è lo stesso amministratore delegato: "Dovremmo collaborare con l'Ucraina, le competenze che ha acquisito durante il conflitto sono davvero eccezionali." E la testata finanziaria aggiunge che "il gruppo Leonardo si lancia nel business dei droni in Ucraina con potenziali commesse del valore di diverse decine di miliardi di euro rese disponibili con i fondi europei" — fondi, ricorda Dinucci, che restano comunque "dalle nostre tasche".

Chi decide non è il management dell'azienda ma chi la controlla: "Il Ministero dell'Economia e delle Finanze il maggiore azionista di Leonardo S.p.A. nel 2026, detenendo una quota stabile del 30,2% del capitale sociale." In altre parole, il governo italiano.


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